•27 Febbraio, 2007 • Lascia un Commento

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IN TEMPESTA

•27 Febbraio, 2007 • Lascia un Commento

Sono in tempesta. Tutto attorno a me lame di fuoco  s’insinuano nelle mie carni. Lingue di calore che gemono e cambiano e s’intrecciano. In questo scenario leggo il tempo che muta.Un campo di battaglia. Le fiamme tremano. Bambini giocano attorno al salice. Il giorno genera notte e poi ancora. I miei piedi sono ben piantati in una sostanza vischiosa e viscida che mi lambisce. L’odore dolciastro giunge fino alle narici. Credo di osservare nel giallo-rosso danzante l’universo intero e i mondi roteano con sibili. Facendomi sussultare e procurandomi un vuoto alla bocca dello stomaco. L’immensita’  mi sta facendo impazzire di terrore. Qualcuno arriva correndo e mi getta a terra. Posso toccare adesso la strana densita’ del liquido che sale e mi penetra in ogni cellula. La mia anima e’ ferita e non voglio piu’ vedere nulla di tutto cio’. Le immagini continuano pero’ a susseguirsi senza requie. Mille vite si svolgono proiettate innanzi ai miei mortali occhi. Abbasso le palpebre e le immagini sono tuttora presenti. Dolore cocente, Destini che s’irradiano e si ritrovano. Non voglio sentire questa profonda responsabilita’. Centinaia di momenti pulsano. Nascono e muoiono in pochi istanti. Il liquido sale, mi e’ ormai arrivato alla bocca ma non ho la forza di alzarmi. Adesso lo sento tra  le mie labbra, nella mia gola. Il respiro si fa affannoso ed inizio ad inghiottire il sangue. Inghiotto. Inghiotto. I miei polmoni ne sono pieni. Sento l’istante nel quale tutto si ferma. Il fiato s’infrange. Il cuore si blocca, invaso da troppa vita. Il mio corpo si fa nuvola e galleggia nel divenire. C’e’ qualche cosa dentro di me che non ha piu’ consistenza. Non ho piu’ la sensazione del tatto ed i miei occhi vedono una nuova luminosita’  nel grande spazio che mi sovrasta e che ora non fa piu’ paura. Un tempo ho sognato di essere felice ma non era nulla paragonato a questo. I contorni spezzettati di uno stupore intenso. La conoscenza fa parte di me e tutte le vite vissute si aprono come paragrafi di ipotetici racconti. Un tempo ho sognato che che stavo sognando, il corpo sottile sovrastava il mio corpo fisico, ma non vi era questa leggerezza. Tutto quello che avevo agognato  ha sempre fatto parte di me senza che io potessi saperlo.Un tempo ho sognato e forse lo sto ancora facendo. 

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•27 Febbraio, 2007 • Lascia un Commento

A volte albeggio ed è umida persino la mia carne..  (Neruda)

•27 Febbraio, 2007 • Lascia un Commento

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Lettera di Calipso, ninfa, a Odisseo, re di Itaca

•27 Febbraio, 2007 • Lascia un Commento

Violetti e turgidi come carni segrete sono i calici dei fiori di Ogigia; piogge leggere e brevi, tiepide, alimentano il verde lucido dei suoi boschi; nessun inverno intorbida le acque dei suoi ruscelli         E’ trascorso un battere di palpebre dalla tua partenza che a te pare remota e la tua voce, che dal mare mi dice addio, ferisce ancora il mio udito divino in questo mio invariabile ora. Guardo ogni giorno il carro del sole che corre nel cielo e seguo il suo tragitto verso il tuo occidente; guardo le mie mani immutabili e bianche; con un ramo traccio un segno sulla sabbia – come la misura di un vano conteggio; e poi lo cancello. E i segni che ho tracciato e cancellato sono migliaia, identico è il gesto e identica è la sabbia, e io sono identica. E tutto         Tu, invece, vivi nel mutamento. Le tue mani si sono fatte ossute, con le nocche sporgenti, le salde vene azzurre che le percorrevano sul dorso sono andate assomigliando ai cordami nodosi della tua nave; e se un bambino gioca con esse, le corde azzurre sfuggono sotto la pelle e il bambino ride, e misura contro il tuo palmo la piccolezza della sua piccola mano. Allora tu lo scendi dalle ginocchia e lo posi per terra, perché ti ha colto un ricordo di anni lontani e un’ombra ti è passata sul viso: ma lui ti grida festoso attorno e tu subito lo riprendi e lo siedi sulla tavola di fronte a te: qualcosa di fondo e di non dicibile accade e tu intuisci, nella trasmissione della carne, la sostanza del tempo     Ma di che sostanza è il tempo? E dove esso si forma, se tutto è stabilito, immutabile, unico? La notte guardo gli spazi fra le stelle, vedo il vuoto senza misura; e ciò che voi umani travolge e porta via, qui è un fisso momento privo di inizio e di fine.         Ah, Odisseo, poter sfuggire a questo verde perenne! Potere accompagnare le foglie che ingiallite cadono e vivere con esse il momento! Sapermi mortale

       Invidio la tua vecchiezza, e la desidero: e questa è la forma d’amore che sento per te. E sogno un’altra me stessa vecchia e canuta, e cadente; e sogno di sentire le forze che mi vengono meno, di sentirmi ogni giorno più vicina al Grande Circolo nel quale tutto rientra e gira; di disperdere gli atomi che formano questo corpo di donna che io chiamo Calipso. E invece resto qui, a fissare il mare che si distende e si ritira, a sentirmi la sua immagine, a soffrire questa stanchezza di essere che mi strugge e che non sarà mai appagata — e il vacuo terrore dell’eterno.

 (Antonio Tabucchi, I volatili del Beato Angelico, 1987)

•27 Febbraio, 2007 • Lascia un Commento

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Giorgio Manganelli (Da Hilarotragoedia)

•27 Febbraio, 2007 • 1 Commento

Se ogni discorso muove da un presupposto, un postulato indimostrabile e indimostrando, in quello chiuso come embrione in tuorlo e tuorlo in ovo, sia, di quel che ora si inaugura, prenatale assioma il seguente: CHE L’UOMO HA NATURA DISCENDITIVA. Intendo e chioso: l’omo è agito da forza non umana, da voglia, o amore, o occulta intenzione, che si inlàtebra in muscolo e nerbo, che egli non sceglie, né intende; che egli disama e disvuole, che gli instà, lo adopera, invade e governa; la quale abbia nome potestà o volontà discenditiva.

Discendere, è da notare in primo luogo, è operazione agevole; ad eseguirla, non temerai di intopparti in impacci, preclusioni, dinieghi, ripulse gravitazionali: né dovrai ammusarti la strada con le vibratili froge cerebrali; ché l’intero universo è così callidamente strutturato da fare di tutti i possibili movimenti questo solo sollecitante ed aperto, cattivante, anzi allegrante, naturale, naturalmente rapido di sempre più rapidissima rapidità; onde si sibila per l’aria intendendo a ipotetico bersaglio, o teologico, o infernico, supernamente infimo, su quello convergendo la nostra natura magra e diffusa, come capovolto ventaglio di rette si monoaccentra in grafico prospettico.

Si noti come questa vocazione discenditiva si esempla nel nostro corpo, fusiforme verso i piedi, come si addice a ordigni di scavo, quali sono le talpe dei talloni, con che a noi medesimi scaviamo la tomba in amica argilla: a trivella ci attorcigliamo dall’ombelico in giù, con quel breve e autonomo cavicchio del membro e, oltre, l’alluce da trifola tenta la terra terragna cui inabita il tartufo del diavolo, e vi apre unghiata di abisso.

Dalla guglia, dalla garguglia della tua testa d’osso, amico, mia comproprietaria di genitali, mio complice in distillazione d’orina, fratello in escremento; e tu anche, preventivo cui faticosamente mi adeguo, modello di teschio, mio niente scricchiolante ed ottuso, mio conaborto, conversevole litopedio; dalla infima cima sporgiti, abbandónati al tuo precipizio. Sii fedele alla tua discesa, homo.
Amico.

•26 Febbraio, 2007 • Lascia un Commento

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… rosae…

•26 Febbraio, 2007 • Lascia un Commento

 

Tacchi di ragazza

 

Echeggia l’acqua di uno scarico

Nel tombino è notte

Non gettare rifiuti accesi

•26 Febbraio, 2007 • 1 Commento

Stava scendendo dalla vettura gialla senza preoccuparsi di mostrare le gambe. Catturò un movimento con la coda dell’occhio: si voltò senza scorgere nulla. Le venne in mente che Alessandra poteva averla seguita; si diede un’altra occhiata alle spalle: nessuno.

      All’improvviso fu consapevole dell’odore dell’asfalto caldo, le venne un capogiro e si slacciò vanamente i primi due bottoni della camicetta. Riprese a camminare.      Aveva fatto pochi passi quando si sentì ancora osservata; il taxi era ripartito da qualche minuto, la strada era deserta sotto il sole pomeridiano, le macchine parcheggiate riverberavano i raggi lucenti.      Si fermò nuovamente e girò su se stessa con lentezza: un uomo era fermo dietro di lei: le stava sfiorando i capelli senza che lei potesse sentire le sue mani sul capo.      L’uomo sembrò sorprendersi, si ritrasse con cautela. <Mi vedi?><Non dovrei? Perché mi è così vicino?><Non dovresti.><Cosa vuole?>      Lui non rispose. Lei si allontanò di qualche metro, si voltò di nuovo a guardare: l’uomo non c’era più. Lei si mise a correre, si bloccò, fece un girotondo e lo sguardo si soffermò su di un bidone per l’immondizia: sul davanti c’era scritto “ non gettare rifiuti accesi”.      Si accostò e fece scorrere il coperchio del bidone sino ad aprirlo, ci guardò dentro, stupidamente.      Quella sera  lei si  ritrovò nel silenzio del suo letto: Alessandra non c’era più. Tutto quel dolore; si sdraiò e gli occhi le si riempirono di lacrime, si sentiva penetrare da quell’impietoso abbandono, le forze le mancavano: si raggomitolò su se stessa, al buio, gemendo piano.      Mentre si muoveva tra le lenzuola ancora fredde, captò un movimento, un getto di calore, due braccia muscolose la circondarono.      Si abbandonò a quella sensazione di calore e di affetto che la stava sommergendo. Si sentì all’ improvviso serena e rilassata, il respiro di lui le sfiorava il collo.      Si addormentò e sognò di essere in una bolla grigio-azzurra, che vagava per il cielo e lei guardava sotto, schiacciando il viso sulla strana sostanza e indicando ciò che stava vedendo al suo compagno.      Quando si svegliò si trovò davanti agli occhi l’uomo del pomeriggio. <Come sei entrato in casa mia?>      Lui aprì gli occhi e un sorriso da bimbo gli illuminò i tratti. <Attraverso questa> disse, e indicò la testa di lei.<Ti ho fatto apparire io?> chiese lei, come se fosse tutto normale.<Sì, non ho resistito al tuo dolore, sono fuggito dal mio mondo per venire qui><Quale mondo?><E’ un posto lontano, dove passiamo il tempo a costruire bambole di carne, poi le facciamo vivere, ballare, correre… è bello vedere quando si innamorano, perché sai che puoi fare quello che vuoi, fare in modo che sia eterno, oppure distruggere tutto in un solo istante><Hai giocato con me?> Lei aveva gli occhi sgranati, si allontanò un poco da lui.<Ma adesso il gioco è finito, io sono con te><Non voglio stare con te><Non sei libera di decidere, posso ciò che voglio><Amo Alessandra><Perché l’ho voluto io> ridacchiò lui stringendole le spalle.<Chi sei?><Non hai ancora compreso? Sono colui che chiamate Amore. Io costringo i  miei giocattoli a bramare, odiare, lasciare o soffrire, a mio piacimento.> rideva sempre più forte, preso da una strana smania di protagonismo.<No!> lei piangeva sommessamente.<Credevi davvero che potesse esistere un amore assoluto? Credevi di essere diversa dal più piccolo degli animali di questo mondo, che cerca un compagno per procreare, senza conoscerne il motivo?><Perché io?><Gli altri lo sanno già, il gioco non è più divertente, ho cambiato le regole, dovete accorgervi di quello che accade> E così dicendo le infilò all’anulare un minuscolo cerchio di spine, che fecero immediatamente scorrere sangue rosso dal palmo al polso di lei.      Silenzio. Aprì gli occhi e il letto era vuoto. C’erano tracce di sangue sulle lenzuola, lei si sentiva indolenzita, come se avesse fatto l’amore per tutta la notte.      <Amore? Che cos’è l’amore?> alla sua mente non si affacciava alcuna risposta.     <Che parola era mai questa? Dove l’aveva già sentita?>